Il sito di Trebula Mutuesca (nel territorio del Comune di Monteleone Sabino, RI) è un antico abitato sabino di cui sfugge l’entità per la fase preromana. Il centro acquista una certa rilevanza a seguito della conquista della Sabina interna ai fini del controllo territoriale e dello sfruttamento agricolo con insediamento di coloni, in seguito alla campagna militare del 290 a.C. condotta dal console romano di origine sabina Manio Curio Dentato.

Il toponimo deriva della giustapposizione di due elementi: una radice osco-umbra che si può collegare al latino trabs (“trave”, “tetto”, per ulteriore sineddoche “casetta”, “casaletto”) e l’appellativo della popolazione sabina che viveva nella zona (Mutuesci o Mutusci), come ricorda Plinio il Vecchio (N.H. III, 3), che lo distingue da altri centri antichi quale la non distante Trebula Suffenas (nel territorio di Ciciliano, RM). L’appellativo Mutuesci, secondo alcuni studi, sarebbe da mettere in relazione con una radice osco-umbra che significa umido, bagnato, paludoso.

Le uniche testimonianze architettoniche della Trebula preromana sono resti murari in opera poligonale (Colle Lirici), forse pertinenti ad un insediamento fortificato. Per le fasi più antiche di età romana le testimonianze archeologiche di maggior rilievo sono costituite dai materiali della stipe votiva connessa ad un luogo sacro alla dea Feronia e dai resti di un santuario di cui non si conosce con certezza la divinità titolare.

Il centro, divenuto municipium nel I sec. a.C., non si caratterizzò mai per un vasto abitato, ma per la qualità di polo di riferimento amministrativo per la popolazione del territorio, che continuò a mantenere la tradizione dell’insediamento sparso. Tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C. il centro fu dotato di strutture di pubblica utilità e agli inizi del II sec. d.C. l’attività edilizia rilevò un notevole incremento grazie alla munificenza della famiglia dei Bruttii Praesentes. Incrociando le fonti, le informazioni desumibili dalle testimonianze epigrafiche e i dati archeologici ci si può fare un’idea degli edifici, delle infrastrutture e degli spazi pubblici che costituivano l’antica Trebula Mutuesca: l’area urbana si sviluppava nella valle “Pantano”, delimitata dalle tre alture di Castellano, Colle Foro e Colle Diana: oltre al Santuario (di Feronia?), il foro, le terme, cisterne e impianti fognari, un sacello della dea Angitia, ed infine l’anfiteatro.

Testa votiva

Sulla strada per Oliveto è visibile il nucleo in opera cementizia, ormai privo del rivestimento originale, di un mausoleo romano a torre (il “Torraccio”). Nel 1958, grazie ad un cantiere-scuola, il sito dell’antica Trebula Mutuesca fu oggetto di indagini archeologiche ad opera degli allora giovani archeologi Adriano La Regina, Filippo Coarelli, Mario Torelli, Fausto Zevi, i quali approfondirono la ricerca in alcune porzioni dell’anfiteatro, nell’edificio cultuale dell’estremità orientale della suddetta località “Pantano”, in una porzione di edificio termale sotto le pendici del Colle Castellano e nel deposito votivo individuato presso l’attuale Santuario di Santa Vittoria. Dagli anni Novanta del secolo scorso, le ricerche condotte dalla allora Soprintendenza Archeologica per il Lazio hanno portato ad una maggiore conoscenza dell’area interessata dai resti. La storia di Trebula sfuma in età tardo-imperiale con il ricordo del martirio di Santa Vittoria e con le catacombe su cui sorse l’omonima e splendida chiesa romanica, eretta utilizzando colonne e altri frammenti architettonici ed epigrafici dell’antico centro romano.

Monteleone Sabino